Distinguere realtà e fantasia online sin da piccoli.

Oggi mi sono imbattuta nell’ennesima frase filosofica su Facebbok.

Questa volta si trattava del pensiero nientemeno che di Socrate (ma posso citare altri esempi interessanti di frasi attribuite a Shakespeare, ad Einstein e via discorrendo) ed iniziava pressappoco così: “Ci sono persone nate per sgobbare ed altre nate per stare a guardare…”, dove si presume che Socrate già dal 350 a.c. dividesse le persone fra quelle che sgobbano e quelle che non fanno niente, dicendo che le prime sono ingiustamente punite e coloro che non fanno niente sono elogiate dal prossimo. Premesso che Socrate non ha lasciato nulla di scritto e che ai suoi tempi non esisteva il concetto di lavoro come lo intendiamo oggi, l’amica che mi aveva girato questa frase ci è rimasta male perché io l’ho immediatamente liquidata come falsa e ne abbiamo discusso.

E poi ci ho pensato.

Un concetto, palesemente non attribuibile a Socrate, si ritrova a vagare sul web come frase che possa in qualche modo farci capire che anche i grandi filosofi dell’antichità avessero il problema di pagare le bollette.

La nostra società si sta piano piano assuefacendo ad un nuovo concetto di ignoranza nel senso di ignorare le fonti, ignorare i riferimenti testuali ed i contesti sociali attribuibili ad un autore piuttosto che ad un altro.

Anche nel lessico utilizzato.

Non possiamo credere che sia tutto uno slogan, che filosofi o scrittori settecenteschi esprimessero pensieri come li scriverebbe un bambino della scuole elementari.

Questo ovviamente è soltanto un esempio di quello che quotidianamente ci troviamo a veicolare o ad ammirare sui Social: parole, immagini, visi, vestiti, vite. Su Instagram gli scatti costruiti, limati, provati, tagliati, abbelliti, sono scambiati per attimi di vita di persone a volte reali, a volte totalmente inventati. Ma pensiamo anche alle fake news o agli allarmismi sui vaccini, sugli OGM, alle teorie complottistiche che tanti proseliti fanno di ogni età ed estrazione sociale.

Non ho mai demonizzato il web, tutt’altro, lo utilizzo e credo moltissimo nella potenzialità di rete che i social offrono insieme alle infinite possibilità di arricchimento culturale e sociale.

Quello che mi terrorizza, soprattutto nelle nuove generazioni, è il non avere gli strumenti adatti a cercare le fonti, ad essere impermeabili alla creduloneria, ai facili dogmi.

Ripartiamo dalle basi: della letteratura, della storia, della filosofia; materie che oggi sono svilite e quasi abbandonate ma che costituiscono una base solida di conoscenze dalle quali partire per comprendere ciò che ci passa davanti e filtrarne i contenuti.

Favorire l’importanza della lettura come strumento di conoscenza in primis e poi di critica, imparare a cercare in maniera corretta le fonti sul web: questo dovrebbe insegnare la scuola, questo dovrebbe essere il ruolo di un’insegnante oggi ed una sfida per noi genitori. Informare i ragazzi senza demonizzare. Non importa saper programmare un codice informatico quando poi non si sa a cosa serva un programma.

I nostri ragazzi sono bombardati da messaggi errati e fuorvianti, bersagliati senza avere i mezzi per capire che lo siano. Quello che vedono su uno schermo per loro è la verità sia essa una pubblicità, un notiziario, un film o un video di una canzone. Siamo noi genitori e poi gli insegnanti a dovergli spiegare e fare capire la differenza.  

Siamo troppo abituati a credere tutto in un’epoca in cui la conoscenza si cerca digitando su Google o si approfondisce sui Social, un’epoca di post-verità in cui non sappiamo più trovare le fonti, per formarcene una di idea.

La nostra.

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