Lavorare, che fatica!

Con l’inizio delle attività, la ripresa della scuola e dei ritmi lavorativi invernali, ricominciano le riflessioni e le critiche alla vita che cerchiamo di organizzare al meglio, barcamenandoci fra impegni lavorativi, scolastici e attività ludiche.

Essere una donna che lavora è un tema che mi tocca molto perchè in Italia nonostante le belle parole siamo lontani anni luce dalle realtà europee.

Una mia amica proprio l’altro giorno mi parlava della sua azienda molto importante che organizza corsi sull’inclusione delle donne in ambito lavorativo e le sostiene ad andare avanti con programmi di sviluppo della carriera, incoraggiandole addirittura nel diventare mamme perchè: “una mamma diventa una lavoratrice migliore, perchè gestisce in maniera più rapida i problemi ed i carichi di lavoro, una risorsa preziosa per l’azienda, etc etc”.

Sulla carta.

Questa mia amica è rimasta incinta e da allora l’azienda le ha voltato le spalle. Dal non darle più la promozione che sembrava essere confermata prima della maternità, al ridurle i carichi di lavoro, al demansionarla progressivamente a favore dei colleghi uomini.

So di amiche che avendo scelto la maternità facoltativa prendendo un giorno di astensione a settimana e producendo in egual misura, si sono trovate senza bonus di fine anno perchè i giorni di assenza erano stati conteggiati come ingiustificati e pertanto sanzionati, oppure di molte, troppe donne, che rimaste incinta venivano incoraggiate a rassegnare le dimissioni, pena l’essere vessate con soprusi che contravvenivano qualsiasi regola o diritto, fino agli estremi di rientrare dalla maternità e non trovare letteralmente la propria scrivania (e conseguente posizione lavorativa).

Quando ero ancora alle prime armi, andai a fare un colloquio in una grande società di PR di Milano.

A loro non interessava il mio entusiasmo, il mio CV, la mia passione per il lavoro.

A loro interessava se fossi o meno fidanzata.

Quando ingenuamente risposi di sì, mi dissero che non avrebbero potuto valutare la mia candidatura a meno che non avessi firmato una lettera di dimissioni in bianco nell’eventualità che fossi rimasta incinta nei primi tre anni dall’assunzione. Fu uno choc ed ovviamente mi alzai e me ne andai.

Potrei stare delle ore a raccontare esperienze che tutte noi abbiamo vissuto, direttamente o indirettamente, del senso di frustrazione, di inadeguatezza nell’avere bambini e doverli quasi rinnegare al lavoro. Delle riunioni fissate ad orari improbabili, delle innumerevoli donne che ho conosciuto e che hanno abbandonato carriere e sogni perchè ritenute un peso aziendale e non più le risorse che erano prima della gravidanza.

Passi avanti si stanno facendo è vero, ma restano sempre casi isolati di aziende virtuose che capiscono come una politica di inclusione garantisca una crescita anche del fatturato aziendale.

Perchè le prime a sentirsi in colpa siamo noi donne. Perchè una società che non supporta la maternità in alcun modo lasciando tutto sulle spalle delle famiglie, non fa altro che aumentare il nostro senso di frustrazione e di inadeguatezza.

Perchè ci sono troppe donne che lavorano lontano da casa e non hanno una rete familiare a supporto, nè abbastanza soldi per poter permettersi un aiuto a pagamento.

Nella mia limitata esperienza con la scuola pubblica di mio figlio mi sono sempre domandata: “ e chi non può pagare come fa?”.

Orari delle elementari non flessibili (inizio ore 8.00 uscita ore 13.30), niente mensa, niente accoglienza prima o dopo. Viene demandato tutto alle famiglie che mettono in campo i nonni o pagano babysitter e doposcuola. E chi non può permetterselo? Beh allora il diritto alla donna di lavorare viene meno e quindi meglio rinunciare ad uno stipendio se poi deve finire per pagare servizi extra.

Purtroppo la civiltà passa anche da una reale eguaglianza dei diritti ed in Italia (come in tantissimi altri paesi) ne siamo ancora molto lontani.

Se volete approfondire il tema, vi lascio una riflessione pubblicata su TED della CEO di Facebook, Sheryl Sandberg (in inglese).

E voi che esperienze avete vissuto sul vostro posto di lavoro? Vi siete mai sentite penalizzate per il semplice fatto di essere donne o mamme?

 

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